Author Archives: Ernesto Bianchi

Gli animali selvatici non sono pets

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La notizia è apparsa sul Corriere della Sera del 23 marzo e racconta la storia di uno scimpanzé detenuto come animale da compagnia negli Stati Uniti, nello stato del Connecticut, che ha aggredito e sfigurato, creandole mutilazioni permanenti, un’amica della sua padrona che stava cercando di aiutarla a rimetterla in gabbia. L’animale, del peso di 90 kg e con una forza assolutamente non paragonabile a quella di un uomo, viveva in una casa privata, libero, come fosse un normale animale da compagnia.

I risultati di questa follia sono chiaramente visibili sulla persona aggredita, leggendo l’articolo che parla di questa storia. La confusione generata dall’idea che ogni animale possa essere addomesticato, addestrato, sottoposto a comportamenti che non sono propri della sua specie è la causa principale di queste tragedie. La realtà è completamente diversa: la domesticazione è un processo lento e complesso che, semplificando, porta un essere vivente a modificare nel tempo i tratti del suo comportamento, pur mantenendo comportamenti ancestrali che non potranno mai essere del tutto rimossi. Il processo di domesticazione del cane ha attraversato 15.000 anni e, nonostante questo, i cani, specie di alcune razze, non hanno perso completamente comportamenti che sono ben presenti nei loro progenitori, come lupi e sciacalli. L’addestramento invece, sotto qualsiasi forma e con qualsiasi metodo venga praticato, è quello che consente, ad esempio, a un leone di essere gestito dal domatore o a un pappagallo di essere maneggiato dal proprietario. Nessuno di questi comportamenti può essere però ricondotto a un’effettiva domesticazione dell’animale, ad una perdita di quei tratti specie specifici e comportamentali che sono propri di un animale selvatico. Dimenticarsi di questo significa praticare una costante violenza nei confronti degli animali, ma anche sottoporre a possibili rischi i detentori e quanti hanno possibilità di entrare in contatto con gli animali.

Se venisse percepito come fatto inconfutabile che un animale selvatico resta sempre tale anche quando vive nelle nostre case, per sua sfortuna, e che già questo sia condizione sufficiente per poter considerare ogni forma di detenzione una forma di maltrattamento, noi potremmo evitare agli animali cosiddetti da compagnia o pets molte delle sofferenze alle quali sono sottoposti. Un animale catturato in natura o riprodotto in ambiente controllato da un tempo breve, pensate sempre ai 15.000 anni serviti al cane, non deve essere considerato domestico per il solo fatto che possiamo tenerlo in cattività (dal latino “captivus”, prigioniero). Ogni animale continuerà ad avere l’istinto che possiederebbe in natura: una preda si sentirà sempre in pericolo, come un coniglio o un pappagallo, mentre un predatore resterà tale anche se condizionato a subire comportamenti innaturali.

Detenere uno scimpanzé, trattarlo come se fosse un bambino o un fidanzato, non è un modo di costruire un rapporto extra specifico ma, come si è visto in questo e in numerosi altri casi, sarà solo un modo per tenere un animale compresso fino al punto di farlo esplodere: quando lo farà, quando penserà di essere stato maltrattato a sufficienza o semplicemente penserà di dover regolare una disputa con quello che ritiene, per colpa nostra, un suo simile lo farà come l’evoluzione gli ha insegnato. Soltanto che un uomo non è un primate di 90 kg, non ha la sua stessa forza e quindi, quando lo scimpanzé si rapporterà con noi, credendoci suoi cospecifici, questo avrà un effetto devastante.

In Italia da molti anni, ma non tantissimi, è vietato detenere una lunga elencazione di specie fra le quali rientrano tutte le scimmie, antropomorfe o meno. Fino al 1996 chiunque anche da noi, come in America, poteva liberamente detenere un orso, uno scimpanzé o un coccodrillo in giardino. Sotto la spinta della normativa che tutela le specie selvatiche in via d’estinzione e della Comunità Europea anche l’Italia si è finalmente dotata di una legislazione, che dovrebbe impedire la detenzione di animali pericolosi. Purtroppo non è del tutto vero perché chi deteneva queste specie animali prima dell’avvento della legge le può avere tutt’ora, stante l’assenza dei controlli su una normativa che obbligava i detentori a denunciarne il possesso alle Prefetture, precetto rimasto quasi sempre sulla carta. Si può solo sperare che questa normativa venga applicata definitivamente e in modo completo, prima del ripetersi di altre disgrazie, come quelle recentemente accadute a Pinerolo (TO), dove una tigre appartenente a un gruppo detenuto da un privato ha sbranato il proprietario. Disgrazia annunciata da anni, mai impedita dalle istituzioni.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

Fonte: www.ilpattotradito.it

 


L’infelice Pasqua degli agnelli

Questa foto è di una campagna, realizzata dagli attivisti di un’ associazione croata per la protezione degli animali, contro la macellazione degli agnelli, realtà che raggiunge numeri incredibili a ridosso delle feste di Pasqua, spesso per tradizione e altrettanto per un malinteso senso della religione.

Ogni anno sulle tavole degli italiani finiscono centinaia di migliaia di agnelli, allevati e macellati spesso in violazione delle norme sul benessere animali, molti vengono importati da paesi che non sono in grado di garantire alcun rispetto delle norme di tutela poste a garanzia di quei diritti, pochi, che sono riconosciuti agli animali.

Molti sostengono che bisognerebbe diventare vegani, altri solo vegetariani e altri ancora sembrano ignorare il problema: quasi nessuno però riesce a restare indifferente di fronte alla foto di un agnellino che sta per essere sacrificato. Il nostro cervello non percepisce probabilmente solo l’animale, ma vede il cucciolo, la tenerezza e la gioia di un essere vivente che si è appena affacciato alla vita. Nello stesso modo il nostro cervello al supermercato vede un pezzo di carne, una braciola, una costoletta; non vuole vedere altro e non vuole percorrere il percorso a ritroso, attività che peraltro non sarebbe difficile. La costoletta appartiene a un corpo intero, che prima di essere ucciso, spesso malamente, privato della pelliccia, strappato alla madre e trasportato magari per giorni era un agnello vivo, con la stessa espressione di quello della foto.

Noi non vogliamo ragionare su quello che ci addolora, abbiamo imparato che gli agnelli si chiamano così quando sono vivi, quando in chiesa si dice “ecco l’agnello di Dio”, senza pensare però che è stato fatto per essere brutalmente ucciso. Quando facciamo la spesa tutti gli animali si trasformano in alimenti e molto spesso non si cerca neanche di fare delle scelte: per scegliere è necessario riflettere e se pensiamo troppo, poi, siamo costretti a cambiare i nostri comportamenti.

Credo che alcune scelte comportino, anche alle persone che mangiano carne, sacrifici minimi, accettabili: non mangiare cuccioli, eliminare dalla tavola gli animali derivanti da allevamenti intensivi, privilegiare il consumo di alimenti bio, ridurre il consumo di carne. Si tratta solo di avere comportamenti consapevoli, piccoli passi verso un cambiamento di rotta che ci porti a non vivere da dissociati: commuoverci per l’agnello guardando la fotografia per poi comprarlo poco tempo dopo al supermercato.

La Pasqua per i credenti è una festa, lasciamo che questa sia una festa per tutti, che non costi il massacro di centinaia di migliaia di cuccioli. In fondo basta davvero poco.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

Fonte: www.ilpattotradito.it

 


Le “Tartarughe di Ettore” corrono per ENPA Milano!

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Quest’anno, per la Milano City Marathon, ENPA Milano vuole dare tutto il sostegno a una squadra in particolare: “Le Tartarughe di Ettore”.

Il nome lo dice già, a loro non interessa vincere: corrono per un grande personaggio e per una giusta causa.

I nostri atleti affronteranno la gara nel ricordo di Ettore “che con la tenacia e la discrezione di una tartaruga, l’animale che più di ogni altro lui amava, ha combattuto la malattia fino alla fine. Corriamo nel ricordo dei giorni meravigliosi che ci ha regalato e della passione che ci ha sempre comunicato: la protezione degli animali. I suoi racconti di 27 anni in Enpa, di animali salvati nelle più assurde situazioni, dalle più crudeli vicende, ci fanno pensare ora di continuare la sua opera aiutando Enpa Milano a salvare tanti altri animali.”

Le Tartarughe di Ettore corrono per ENPA Milano, per raccogliere dei fondi da destinare all’acquisto di un “Cat detector”, uno strumento indispensabile nelle attività di soccorso degli animali, soprattutto quando si tratta di gattini incastrati nel vano motore di un’auto.

In questa edizione della Milano City Marathon, ENPA Milano non partecipa come Charity Partner ma corre nel ricordo di Ettore, che ha speso una gran parte della sua vita in ENPA Milano fino a quando la sorte ci ha privato del suo contributo e del suo impegno.

Sostenete con noi questo ricordo, in nome di una persona davvero speciale.

Sostenete questa squadra nella raccolta fondi per aiutare gli animali.

Sarà un modo per poter sentire, con ancora maggior forza, la presenza di Ettore fra noi.

Grazie a chi ha avuto l’idea di creare questa squadra, grazie a chi ha aderito e aderirà con grande trasporto a questa iniziativa.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

 


Gheppio ferito soccorso dai nostri operatori al Centro Commerciale Milano Fiori

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gheppio-3Domenica 16 marzo un passante ha notato, presso il centro commerciale di Milano Fiori, un piccolo rapace a terra, probabilmente ferito perché non in grado di riprendere il volo.

Vista la palese difficoltà dell’animale, identificato poi per una femmina di gheppio, il segnalante ha chiamato per il suo soccorso gli operatori della sede milanese dell’ENPA, che si sono subito recati sul posto per il recupero.

Il gheppio, dopo essere stato recuperato, è stato portato presso la Clinica dell’ENPA di Milano, dove è stato subito visitato dai veterinari che gli hanno riscontrato una lesione all’ala destra che, di fatto, comprometteva il volo.

L’animale, che risultava molto reattivo, è stato alimentato dagli operatori dell’associazione e in un secondo momento è stato trasferito al Centro per il Recupero degli animali Selvatici di Vanzago per assicurare le cure necessarie al suo recupero.

 


Dietro la sofferenza di un animale si cela un equilibrio che si sta rompendo

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Cosa ci può essere di maggiormente mortificante di un’immagine che ritrae un anello fondamentale della biodiversità ridotto in una gabbia angusta: uno strumento di mortificazione della dignità di un grande predatore che, di conseguenza, è un bio regolatore.

Questa foto deve far riflettere sull’arroganza della nostra specie, che non ha rispetto per gli animali, ma anche per l’ottusità che è insita nel nostro comportamento: ancora non abbiamo capito come si possa regolare il mondo della natura eppure ci sentiamo padroni del creato. Piano piano, anello dopo anello, gli uomini si stanno mangiando le gambe dello sgabello che li tiene in equilibrio sul patibolo, quando hanno il cappio stretto al collo.

Problema è che in questo caso la scelta scellerata la pagheranno le prossime generazioni, quelle che colpe al momento non hanno; questo grazie alla cupidigia di chi doveva essere il sacro custode del mondo che aveva ricevuto in prestito, per trasferirlo ai suoi eredi.

Il povero ghepardo non avrà colpa e non si preoccuperà per la sua estinzione: a noi dovrebbero tremare le vene dei polsi per un futuro che ci stiamo precludendo. Dietro la sofferenza di un animale c’è sempre l’ombra di un equilibrio che si sta rompendo. Pensiamoci, almeno.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

 


Questo animale non dovrebbe essere qui

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L’errore è grave: certi animali non sono “da compagnia” come i cani e i gatti, non dovrebbero vivere nelle case degli esseri umani. A questo sbaglio, che purtroppo molti ancora commettono, se ne aggiunge un altro peggiore: il successivo abbandono. Per questo nella sede di ENPA Milano abbiamo alcuni di questi animali che cercano un’adozione.

Siamo fermamente contrari all’idea che animali “non domestici” siano considerati da compagnia, ma abbiamo anche il dovere di aiutare nel migliore dei modi quelli che soccorriamo: ora hanno bisogno anche di voi.

Adotta un animale, non comprarlo.

Per informazioni:
adozioni@enpamilano.org
tel. 02.970642222

 


Un pappagallo a Sanremo: la tv che parla di animali solo come fatto di costume

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Non contento di averlo portato in gennaio in Piazza San Pietro e in TV alle Iene, in una deprimente ospitata, adesso Francesco Lombardi sarà ospite del “dopo Sanremo” con il suo amazzone chiamato “Amore”. Il compito dello sventurato pennuto sarà quello di pronosticare i vincitori, come ben spiega la gallery di Repubblica.

Posso accettare che il suo proprietario sia in cerca di una notorietà, oramai scomparsa rispetto a quando faceva lo spogliarellista o il politico a Trezzano sul Naviglio, ma non posso comprendere che usi il pappagallo come strumento per raggranellare qualche euro e presenziare in TV. I pappagalli sono animali molto intelligenti e sono dotati di tutte le sfortune che possono colpire un animale da compagnia, sono belli, colorati e parlano: questo li ha condannati a condurre una vita in cattività, spesso in mano a persone che di loro, dei bisogni etologici, delle necessità alimentari, della vita di stormo e del volo nulla sanno. E certo non diminuisce la loro sofferenza il fatto che siano nati in cattività; non è questo che rende i pappagalli animali domestici, che restano specie selvatiche costrette a fare gli animali da compagnia. Questi pappagalli, tenuti in cattività, sono i simulacri dei loro simili che vivono liberi, riempiendo il cielo di grida e di colori e percorrendo ogni giorno chilometri in volo. Il pappagallo che sarà esibito a Sanremo rappresenterà a buon titolo quanto di più diseducativo la nostra RAI possa mandare in onda nei confronti degli animali. Una vergogna, una delle tante fatte da una televisione che sempre più si occupa degli animali come fatto di costume e sempre troppo poco si occupa dei loro diritti.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano


La conservazione di una specie pura in cattività: la più grossa bugia sul rispetto degli animali

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Molti mi hanno chiesto di esprimere un punto di vista sulla giraffa uccisa allo zoo di Copenaghen, sulla quale volutamente non ho scritto, sino ad ora, una parola: mi sembrava che molte ne fossero state scritte, talvolta con un senso, talvolta con un’idea pietistica che però riguardava solo le giraffe, altre prive completamente del contesto e ricche solo di emozione, passione, emotività. Sentimenti altissimi, che però vanno contemperati con la realtà e che non possono diventare i proprietari di una situazione.

Difficile dire, in questo mondo, a chi appartenga il diritto alla vita e quello di poter somministrare la morte e in base a quale ragione. Una giraffa in sovrannumero, al di là della meraviglia incontestabile della creatura, ha più diritti di un vitello, di un topo, di una nutria? Di un altro qualsiasi mammifero, che è per “rango” occupato nella scala evolutiva è assimilabile alla giraffa Marius? Difficilissimo rispondere, impossibile poter essere detentori della verità, indispensabili esserne i ricercatori.

Resta quindi solo la possibilità di allontanarsi da questa parte del discorso e provare a fare una riflessione diversa, forse meno accattivante, ma magari reale.

La conservazione, intesa come sforzo di assicurare la conservazione di un patrimonio genetico puro, che possa essere utile alla creazione di una stirpe di soggetti atti a ripopolare il pianeta ha un senso solo in alcune situazioni: quelle che si possono considerare come realtà di squilibrio ambientale temporaneo. Una volta corrette o modificate le cause di queste realtà sarà possibile reinserire animali particolari, partendo da un patrimonio genetico preservato e conservato in cattività: discorso impossibile per le giraffe, il cui territorio, inteso come portanza ambientale, si riduce ogni giorno di più. Quindi lo sforzo è praticamente inutile, un tentativo senza speranze reali se non quello di creare una banca dati vivente del DNA.

Ma la conservazione e la natura sono entrambe prive di bontà intrinseca: entrambe si occupano dei “diritti” della specie, nessuna di quelli dell’individuo, delle sue paure, delle sue sofferenze. La conservazione, intesa così, è la più grossa bugia presentata come il rispetto della vita degli animali. Ogni animale che si estingue è un danno contro l’equilibrio ma, principalmente, è un danno contro l’umanità.

La dissezione della povera giraffa di fronte a un pubblico composto in buona parte da bimbi è stato terribile, un’inutile addestramento al sangue ed alla violenza indecente per chiunque abbia pretese educative. Giusto presentare la verità, giusto non gettare via carne di un animale morto, a patto che l’animale non soffra inutilmente per questo. Terribile, invece, abituare i giovani alla violenza di uno squartamento sanguinolento. Un tripudio di iPhone che riprendevano uno spettacolo truculento, con compiacimento per la situazione.

Gli zoo sono una palestra di sofferenza, specie se gestiti con la logica del profitto che per definizione è distante dai buoni sentimenti. Però anche i discorsi sconnessi di alcuni difensori della povera giraffa, capaci solo di insulti spesso violenti come le situazioni che vorrebbero contestare, non sono purtroppo più condivisibili. Queste situazioni potranno cessare solo con il progredire della cultura e della sensibilità, non certo con i buoni sentimenti di quanti protestano per la fine di Marius, magari con la pelliccia nell’armadio e con una bistecca di vitello in tavola.

Le poche strutture che detengono animali in cattività, con estremo rispetto per gli ospiti, sono da vedere con un occhio diverso dagli zoo-lager, specie se fungono da centro di recupero di animali provenienti da sequestri o detenzioni improprie.

Dobbiamo abituarci che la strada verso il rispetto è fatta soprattutto di conoscenza, di un percorso che trascende il pietismo e che valuta attentamente il giudizio, che non può essere basato solo sull’emozione o sull’empatia.

In questa vicenda nulla ha seguito un profilo di logica, buona gestione e rispetto. E’ prevalso il senso arrogante della spettacolarizzazione a tutti i costi, quel senso di sgomento nel vedere dei bambini assistere indifferenti allo squartamento della giraffa, la stessa che magari avevano ammirato viva poche settimane indietro. Non c’è molto da aggiungere e i social network possono essere utili per gettare un sasso, una sorta di stimolo alla riflessione. Il tema dei giardini zoologici, delle loro modalità di gestione, della sofferenza che possono creare agli animali ha anche una sua faccia speculare dove la cattività non ha come scopo solo il profitto ed è talmente complesso da non poter essere discusso e affrontato seriamente in poche righe.

Unico concetto, breve, deciso e conciso è che non si proteggono le specie se non si proteggono i loro habitat e l’uomo, per profitto, è ancora troppo incline a proteggere la biodiversità rinchiudendola negli zoo piuttosto che tutelare realmente i territori. Stiamo consumando così tanto suolo da essere prossimi ad un punto di non ritorno, non solo per gli animali, vittime della nostra stupida cupidigia, ma per noi stessi.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

 


Traffico di cuccioli dall’Est, due sequestri in una settimana. Appello ENPA: non alimentiamo la domanda

La rotta sta cambiando e noi, nel nostro infinetesimo, siamo stati fra i protagonisti di questo cambio di rotta: piccole e grandi indagini fatte negli anni con la Guardia di Finanza, con il Corpo Forestale e con le Polizie Provinciali di Milano e Monza hanno accompagnato questa inversione di tendenza. Il cambio di rotta non sono i sequestri di cuccioli, sono gli arresti ai quali non possiamo che augurarci seguano i sequestri per equivalente dei beni, le confische e un contrasto, duro, verso quelli che non sono piccoli criminali, ma soltanto criminali furbi che hanno sfruttato le maglie della legge per accumulare patrimoni incredibili.

I trafficanti di cuccioli moralmente sono equivalenti agli scafisti, con l’aggravante che loro non fanno gli scafisti soltanto perché hanno capito non il diverso valore della vita, ma solo il diverso valore delle pene e delle attività di contrasto che separa i reati commessi contro gli umani o contro gli animali. Diversamente, forse, li vedremmo sulla tolda di un barcone a trafficare esseri umani.

Ma in questo settimana è successo qualcosa di importante, una pietra miliare contro il traffico degli animali: dal Friuli al milanese sono scattati gli arresti, grazie alla determinazione investigativa di ufficiali della Guardia di Finanza di Trieste e del Corpo Forestale dello Stato di Lodi, coordinati, i primi, dal PM Maddalena Chergia e i secondi dal Procuratore capo di Lodi Vincenzo Russo. Magistrati che hanno capito la gravità di questo reato e che hanno chiesto l’emissione di ordinanze restrittive, pienamente fatte proprie dai giudici per le indagini preliminari.

Conosco il Primo dirigente del Corpo Forestale di Lodi, dott. Andrea Fiorini, quello che ha condotto l’operazione che ha portato agli arresti domiciliari Giuseppe e Massimiliano Baroni, titolari del Centro cinofilo Santa Brera ed il veterinario milanese Alessandro Verri: un ottimo ufficiale per il quale è davvero impossibile non provare stima. Ma conosco anche Giuseppe e Massimiliano Baroni, gli svariati sequestri compiuti da tutte le forze di polizia nel corso degli anni, presso il centro Santa Brera, ma anche delle inspiegabili situazioni che hanno consentito a questi personaggi di continuare a lavorare. Sono convinto che sarà necessario, anche su questo, fare chiarezza. Bisogna avere il coraggio di fare i nomi ed i cognomi sia dei responsabili del traffico ma, anche, di quanti hanno concorso rilasciando autorizzazioni e licenze a strutture inaccettabili. Come troppo spesso avviene in Italia.

Nel febbraio del 2009, proprio con Andrea Fiorini, che allora lavorava a Milano, svuotammo Santa Brera da un numero grande di cani sequestrati, ovviamente sempre agli stessi soggetti. Allora successe l’incredibile: Baroni, l’odierno arrestato, cercò di impedire lo spostamento dei cani chiamando a raccolta molti che rappresentavano, a titolo diverso dal CFS, lo Stato. E ricordo quanto questo fu umiliante per me, per i nostri e, soprattutto, per i responsabili del CFS. Ci sono voluti anni, ma oggi è stata ribaltata la situazione e il mio personale augurio, oltre a un sincero buon lavoro, è che dopo i trafficanti si salga di livello: troppo spesso i colletti bianchi fiancheggiano il traffico, come abbiamo ben dimostrato in diverse azioni fatte con le nostre Guardie Zoofile ENPA. Queste indagini sono riuscite a far giungere alla sbarra del Tribunale di Milano una serie di indagati per vari reati: associazione per delinquere, maltrattamento di animali, abuso della professione veterinaria, falso, truffa, frode in commercio. Purtroppo questa indagine del 2009 sta vivendo in questi mesi un lungo processo di primo grado, con la prescrizione, vero cancro di questo paese, alle porte. Però già la sentenza di primo grado servirà ad indicare almeno una prima verità.

Noi non abbiamo mai perso determinazione e costanza nel contrasto dei reati a danni di animali.

Esistono i criminali perché esistono persone che alimentano la domanda, continuando a chiedere, a comprare cani dell’Est, cani di trafficanti, senza guardare la realtà. Comprare i cani di questa gente è come dare soldi alla criminalità organizzata, agli evasori, a chi maltratta gli animali. Bisogna smettere di fare finta di non sapere.

Ermanno Giudici
Presidente e Capo Nucleo Guardie Zoofile ENPA Milano

 


Intervista a Ermanno Giudici sugli avvelenamenti delle aree cani

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Nell’edizione di questa mattina di “Buongiorno Regione” è stato trattato il problema dei recenti avvelenamenti avvenuti in alcune aree cani a Milano, con un’ intervista di Ermanno Giudici in merito alle possibili soluzioni e prevenzioni che andrebbero messe in atto.

Il servizio ha inizio al minuto 17’47”.


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