Gli animali selvatici non sono pets

Gli animali selvatici non sono pets

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La notizia è apparsa sul Corriere della Sera del 23 marzo e racconta la storia di uno scimpanzé detenuto come animale da compagnia negli Stati Uniti, nello stato del Connecticut, che ha aggredito e sfigurato, creandole mutilazioni permanenti, un’amica della sua padrona che stava cercando di aiutarla a rimetterla in gabbia. L’animale, del peso di 90 kg e con una forza assolutamente non paragonabile a quella di un uomo, viveva in una casa privata, libero, come fosse un normale animale da compagnia.

I risultati di questa follia sono chiaramente visibili sulla persona aggredita, leggendo l’articolo che parla di questa storia. La confusione generata dall’idea che ogni animale possa essere addomesticato, addestrato, sottoposto a comportamenti che non sono propri della sua specie è la causa principale di queste tragedie. La realtà è completamente diversa: la domesticazione è un processo lento e complesso che, semplificando, porta un essere vivente a modificare nel tempo i tratti del suo comportamento, pur mantenendo comportamenti ancestrali che non potranno mai essere del tutto rimossi. Il processo di domesticazione del cane ha attraversato 15.000 anni e, nonostante questo, i cani, specie di alcune razze, non hanno perso completamente comportamenti che sono ben presenti nei loro progenitori, come lupi e sciacalli. L’addestramento invece, sotto qualsiasi forma e con qualsiasi metodo venga praticato, è quello che consente, ad esempio, a un leone di essere gestito dal domatore o a un pappagallo di essere maneggiato dal proprietario. Nessuno di questi comportamenti può essere però ricondotto a un’effettiva domesticazione dell’animale, ad una perdita di quei tratti specie specifici e comportamentali che sono propri di un animale selvatico. Dimenticarsi di questo significa praticare una costante violenza nei confronti degli animali, ma anche sottoporre a possibili rischi i detentori e quanti hanno possibilità di entrare in contatto con gli animali.

Se venisse percepito come fatto inconfutabile che un animale selvatico resta sempre tale anche quando vive nelle nostre case, per sua sfortuna, e che già questo sia condizione sufficiente per poter considerare ogni forma di detenzione una forma di maltrattamento, noi potremmo evitare agli animali cosiddetti da compagnia o pets molte delle sofferenze alle quali sono sottoposti. Un animale catturato in natura o riprodotto in ambiente controllato da un tempo breve, pensate sempre ai 15.000 anni serviti al cane, non deve essere considerato domestico per il solo fatto che possiamo tenerlo in cattività (dal latino “captivus”, prigioniero). Ogni animale continuerà ad avere l’istinto che possiederebbe in natura: una preda si sentirà sempre in pericolo, come un coniglio o un pappagallo, mentre un predatore resterà tale anche se condizionato a subire comportamenti innaturali.

Detenere uno scimpanzé, trattarlo come se fosse un bambino o un fidanzato, non è un modo di costruire un rapporto extra specifico ma, come si è visto in questo e in numerosi altri casi, sarà solo un modo per tenere un animale compresso fino al punto di farlo esplodere: quando lo farà, quando penserà di essere stato maltrattato a sufficienza o semplicemente penserà di dover regolare una disputa con quello che ritiene, per colpa nostra, un suo simile lo farà come l’evoluzione gli ha insegnato. Soltanto che un uomo non è un primate di 90 kg, non ha la sua stessa forza e quindi, quando lo scimpanzé si rapporterà con noi, credendoci suoi cospecifici, questo avrà un effetto devastante.

In Italia da molti anni, ma non tantissimi, è vietato detenere una lunga elencazione di specie fra le quali rientrano tutte le scimmie, antropomorfe o meno. Fino al 1996 chiunque anche da noi, come in America, poteva liberamente detenere un orso, uno scimpanzé o un coccodrillo in giardino. Sotto la spinta della normativa che tutela le specie selvatiche in via d’estinzione e della Comunità Europea anche l’Italia si è finalmente dotata di una legislazione, che dovrebbe impedire la detenzione di animali pericolosi. Purtroppo non è del tutto vero perché chi deteneva queste specie animali prima dell’avvento della legge le può avere tutt’ora, stante l’assenza dei controlli su una normativa che obbligava i detentori a denunciarne il possesso alle Prefetture, precetto rimasto quasi sempre sulla carta. Si può solo sperare che questa normativa venga applicata definitivamente e in modo completo, prima del ripetersi di altre disgrazie, come quelle recentemente accadute a Pinerolo (TO), dove una tigre appartenente a un gruppo detenuto da un privato ha sbranato il proprietario. Disgrazia annunciata da anni, mai impedita dalle istituzioni.

Ermanno Giudici

Presidente ENPA Milano

Fonte: www.ilpattotradito.it

 


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