Onza Bonza

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Onza Bonza

Category : Storie a lieto fine

Nella mia famiglia i gatti sono sempre stati amati, ma da sempre è stato chiaro che il loro posto era in campagna, nella casa dove vivevamo, come lo era il fatto che i vestiti della festa non si mettono tutti i giorni o che quando la mamma faceva la torta potevo averne solo una fetta. Erano le regole della famiglia disciplinata e sobria, che non si concede alcun eccesso che possa far chiacchierare. Così quando durante il pranzo di Pasqua ho annunciato il desiderio di prendere un gatto nel mio appartamento di Milano, mio padre ne ha fatto una questione morale: un gatto non può vivere in città, sempre rinchiuso e tu da sola non lo saprai gestire. Ero furiosa del suo rifiuto, incapace di comprendere tanta fermezza nel non capire il mio bisogno di dare e ricevere l’affetto molto speciale di una bestiola. Nei giorni successivi però ho riflettuto sulle sue parole e ho capito che non ne sapevo abbastanza, così, seguendo il consiglio di un’amica che aveva già fatto questa scelta, ho telefonato all’ENPA. Pochi giorni dopo ho visitato la clinica e ho conosciuto Lucia, che ha dedicato più di 2 ore del suo tempo a spiegarmi cosa significava crescere un gatto in appartamento e grazie alla quale ho compreso che stavo prendendo una decisione alla leggera e che un gatto che cresce libero in campagna non ha le esigenze e non chiede le attenzioni di un gatto cittadino. Forse dopotutto mio padre, pur nella sua durezza, non aveva tutti i torti.

Il miracolo è avvenuto quando Lucia mi ha portato a conoscere i gatti abbandonati e raccolti dalla clinica in attesa di adozione e dopo averle raccontato com’era la mia vita, i miei ritmi e le mie possibilità, lei ha saputo indicarmi i gatti che avevano il carattere e le condizioni fisiche più adatti per vivere con me. li occhi spalancati e senza parole quando, aprendo una delle gabbie, è uscita una gattina, non più tanto giovane (11 anni) e neanche tanto piccola (una bella pancia), che come una vecchina si è mossa alla ricerca di una presenza umana sulle sue zampe tremolanti (lesioni per un incidente), e alzando il musetto miagolante ha emesso un suono che non avevo mai sentito prima, una specie di grido disperato e pieno di voglia di vivere allo stesso tempo. Quando Lucia mi ha raccontato che con le sue lesioni alle zampe, dovute a un incidente in seguito a un abbandono, non avrebbe mai potuto fare grandi salti ma che tutto quello che avrebbe cercato era cibo e tanto affetto, mi sono detta che era esattamente quello che potevo darle io. Ho ringraziato Lucia e me ne sono andata con la decisione già presa nel mio cuore e qualche giorno dopo le ho lasciato un festante messaggio in segreteria: “Ho deciso di adottare Onza Bonza!”. “Che voce squillante!” mi ha risposto lei “ma sai che ti porti via la mascotte dell’Enpa? Qui a Onza Bonza vogliono tutti bene e non ci speravano più che trovasse una casa!”. “Allora le lascerò il nome che le avete dato, così quando vi darò notizie, tutti sapranno che la vostra beniamina ha avuto la sua storia a lieto fine!” Da quando l’ho presa con me, una processione di amici è venuta a conoscerla e lei ogni volta si butta a terra e si rotola dalla soddisfazione di avere gente intorno. Passa le sue giornate tra il divano, il tavolo del computer dove mi osserva mentre lavoro e il tiragraffi di cartone che le ha regalato Lucia e che è come la sua copertina di Linus. Quando torno a casa mi miagola per 5 minuti e quando mi muovo per l’appartamento e entro in una stanza dove c’è lei, ogni volta mi saluta con un miao, come a dire “ah eccoti qua, tu che mi vuoi bene!”.Quando sto fuori di casa un paio di giorni è bravissima e questo finesettimana ha superato la prova più grande, il ritorno a casa dai miei genitori. Mio padre è stato sulle sue tutto il tempo del viaggio, ma a casa, quando aperta la sua gabbietta, lei si è messa a girare con la sua andatura sbilenca e si è trascinata tra le mie e le sue gambe e poi si è messa ai suoi piedi e l’ha guardato con quegli occhi marrone screziato, colore del suo pelo, l’ho visto addolcirsi fino a sciogliersi in un sorriso, seguito da tante carezze e alla caduta di tutte le sue barriere. Vale sempre la pena mettere alla prova se stessi e gli altri, forzare le situazioni per superare un limite che a volte è solo testardaggine, pregiudizio o mancanza di coraggio. Onza Bonza e io siamo una famiglia adesso e io mi sono convinta che le decisioni più giuste e più belle sono quelle che si meditano e che, quando si assumono come promesse, si portano avanti per tutta la vita. Non potrò mai dimenticare il lavoro di Lucia e di tutti i volontari dell’ENPA.

Mara

 


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