Pallocchio diventato Paoletto, una bella storia a lieto fine!

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Pallocchio diventato Paoletto, una bella storia a lieto fine!

Category : News , Storie a lieto fine

Cristina ci ha voluto raccontare la sua storia e quella di Paoletto adottato in ENPA quando si chiamava Pallocchio.

Leggera ma toccante, l’esempio di quanto si possa imparare dagli animali e le emozioni che possono trasmettere… Un po’ lunga da leggere ma, fidatevi, ne vale veramente la pena!

Grazie Cristina!

 

Mi chiamo Cristina, lui è Paoletto. E la nostra non è la storia di un colpo di fulmine, ma di un amore nato piano piano.
Cresciuto oltre le mie paure. Grazie a lui.
Paoletto era Pallocchio, un gattino come tanti altri che, salvati dalla strada, aspettano in ENPA un’adozione.
Io e il mio compagno cercavamo un miciotto da portare a casa con noi, che fosse adulto, magari anche anziano, ma soprattutto che fosse un gatto dolcissimo, gestibile senza problemi, perché io non avevo altre esperienze se non con Danny, il mio super gattone patatoso e coccoloso, che ci aveva lasciato da poco.
Durante la scelta ho avuto modo di parlare con Lucia, la responsabile adozioni ed esperta comportamentale, ho sfogliato le molteplici schede informative e descrittive dei gatti adottabili e subito mi aveva colpito la sua descrizione: “un gatto dolce, amante delle coccole, con un carattere inguaribilmente ottimista, senza paura, e che non mostra problemi di gestione ne’ con le persone ne’ con altri gatti”
Ho incontrato Pallocchio una volta sola: uno scricciolo bianco e nero, che girava senza posa in una stanza piena di gatti, tra tante gabbie, riparo e cuccia di ognuno di loro.

Io l’ho guardato, lui no. Mi aveva, forse, annusato, impegnato com’era nella sua continua esplorazione.
Ma lui non mi ha visto, ne’ avrebbe mai potuto. Pallocchio è cieco.
Lo scegliemmo perché con Lucia abbiamo capito (o meglio, lo capì Lucia) che poteva esser il gatto giusto; ma si decise di prenderlo insieme ad un altro.
Abbiamo pensato a Plano’, un gatto con il quale dimostrava una buona relazione e col quale divideva la stanza in ENPA, in modo che potessero aiutarsi a vicenda e farsi compagnia.
Planò, a cui manca una zampa, e Pallocchio, senza i due occhietti, sono quindi venuti a vivere con me.
Sembravano il gatto e la volpe di Pinocchio. Ma da subito ho capito che non ero in una fiaba.
Mentre Planò restava nascosto, Pallocchio già valutava la nuova situazione ed evidentemente ne prendeva possesso.
Quando Planò, dopo qualche giorno, ha cominciato con notevole irruenza ad occupare anche lui la casa, Pallocchio, quello che avrebbe dovuto in teoria essere il più in difficoltà, quello che non aveva mai dato problemi comportamentali con altri gatti, ha avuto una reazione e degli atteggiamenti che ci hanno sbalordito. Tutti. Compreso chi lo aveva finora gestito.
Ha cominciato ad attaccare Planò, con agguati, veri assalti, imboscate, con una tattica compatibile con il suo non vederci: non appena Planò andava a bere o entrava nella sua lettiera, ed era quindi un bersaglio facilmente individuabile e per forza di cose “fermo”, Palocchio lo aggrediva con zampate morsi ringhi, e Planò, povero, soccombeva.
Non vedendoci, Pallocchio (lo chiamo ancora così perché fino a quel momento quello era il suo nome), non poteva cogliere i segni di resa dell’altro, non lo vedeva orecchie indietro e pancia all’aria, arrendersi.
Anche il solo gioco e il correre di Planò, lungi dal rassicurarlo, mettevano Pallocchio in una situazione di costante allarme.
La soglia di stress si stava alzando, per entrambi.
Sempre con l’inestimabile aiuto di Lucia, che credo di aver estenuato oltre ogni limite e che sempre era disponibile, abbiamo deciso di tenere Pallocchio, mentre Planò ha trovato in brevissimo tempo una diversa ed ottimale sistemazione.
E’ così cominciata la nostra vera vita insieme, ma non per questo sono finiti i problemi.
Io avevo mille paure, mi facevo un miliardo di paranoie: sarò in grado di gestirlo? come potrà riconoscere il giorno dalla notte? lo toccavo per spazzolarlo e si ritraeva, le coccole non sembrava gradirle, averlo visto aggressivo mi faceva temere di non riuscire ad instaurare un bel rapporto.
E via di telefonate alla povera Lucia per avere consigli, chiedere aiuto.
Tutto mi sembrava insormontabile. Cercavo di non usare profumi o detersivi odorosi, non usavo l’aspirapolvere, non spostavo nulla. Gli parlavo sempre con cadenze e ritmi particolari. Pappa-pappa-papppaaa è stato il primo richiamo, il nostro primo legame, una cantilena alla quale rispondeva con lunghe corse gioiose.
E mentre io mi dibattevo in sterili dubbi, e, non lo nego, con la paura di aver sbagliato scegliendolo, il mio ora Paoletto, mi stava insegnando piano piano che la soluzione era semplicissima: lasciare fare a lui, lasciagli i sui tempi.
Mi accorsi che lo stavo trattando non solo come un non vedente, ma addirittura come se non fosse in grado di comprendere.
Invece Paoletto capisce, eccome!
E’ capitato, specie all’inizio, che nella corsa sfrenata a rincorrere una pallina abbia dato delle testate assurde contro un muro, una porta, un ostacolo.
Lo guardavo, preoccupata, fermarsi tossicchiare fare smorfie, ma dopo un secondo era più scatenato di prima. Come se anche quello fosse parte del gioco.
Con tenerezza e stupore, mi sono accorta che non solo ascolta attento quando gli parlo, ma mi capisce; quando vedendolo correre sfrenato lo intercettavo diretto verso un ostacolo, dicendogli “piano” subito si allertava e trovava la giusta via.
La sua voglia di giocare è irrefrenabile, la sua curiosità sfrenata. Nulla lo ferma.
Appena sente aprire un armadio o una scatola, è subito accanto a me pronto ad esplorare, entrare, annusare, provare.
Mentre all’inizio spazzolarlo era un problema serio, ora dicendogli “spazzola spazzola” accorre facendo fusa e sorridendo.
Si perché Paoletto sorride!
La prima volta che ha risposto al mio richiamo è stato emozionante.
Era sdraiato vicino alla porta di ingresso, e io, dal fondo del corridoio l’ho chiamato.
L’ho visto alzarsi in ascolto, voltarsi e… Correre. Correre verso di me e strusciarsi facendo un “pprrrr” di gioia.
I primi tempi di notte è stata dura. Il letto era per lui posto di scoperta, gioco, corsa, esplorazione, insomma tutto tranne che riposo. Non riuscivo a capire come impostare i nostri ritmi, mi sentivo persa.
Lui, trovato in un cortile con gli occhietti malati, lui che ha dovuto sicuramente lottare per procurarsi il cibo, lui che ancora adesso mangia spostando il boccone lontano dalla ciotola quasi a proteggerlo da eventuali” predatori”, lui sicuramente un letto non lo aveva mai incontrato.
Ora si accuccia contro di me, appiccicato, appena mi alzo mi segue, e al suono della sveglia partono le sue fusa.
Un modo unico e meraviglioso per iniziare la giornata, per dirmi: eccoci, siamo ancora insieme per un nuovo giorno da vivere.
E insieme lo siamo da quasi due anni: se mi guardo indietro non capisco come ho fatto a crearmi così tanti problemi!
La nostra casa ormai non ha più segreti e le famose musate non le prende più; si arrampica su grattatoi che quando li ho presi immaginavo non potessero mai venire utilizzati ed invece in poco tempo lo scoprivo beato a riposare sul ripiano più alto. Cammina senza problemi sullo schienale del divano, in bilico, non sbaglia mai un colpo quando salta sul letto o sul suo tavolino, caccia con grande maestria mosche e altri insetti (e li prende pure!!), adora qualunque scatola dentro la quale possa nascondersi.
I cambi di lenzuola e quindi di odori (ammorbidenti, detersivi) non lo turbano minimamente, così come non si spaventa quando sposto qualche sedia o dimentico un sacchetto o lascio un ostacolo in mezzo al suo cammino. Anzi sono occasioni di scoperta e gioco.
E’ strepitoso vederlo avventurarsi in un ambiente nuovo, al minimo rumore si mette in allerta ma la mia voce, sempre, lo rassicura e riparte come un piccolo esploratore.
Certo ci vogliono accortezze: la casa deve sempre essere in sicurezza, le finestre chiuse o con zanzariere, anche se dubito possa arrivarci, balconi chiusi e murati sempre anche in vacanza, nessuna “libera uscita”. Massima attenzione a quello che può trovare per terra soprattutto in balcone dove ogni foglia o fiore caduti vengono subito ingoiati, inclusa la plastica che non so perché ha su di lui un richiamo irresistibile, nessun accesso a piani alti come i tavoli, dai quali avrebbe problemi a scendere.
Poche cose, ma importantissime!
La prima volta che lo abbiamo portato in vacanza con noi è stata (per me) tragica, ero spaventatissima.
Invece il primo giorno di ambientazione è stato presto superato, come per un qualsiasi gatto vedente che ha bisogno di qualche tempo per ambientarsi.
Il mio Danny anzi ci metteva molto di più ad accettare i cambiamenti.
Dopo pochissimo tempo, riesce a gestire perfettamente i nuovi spazi, trova immancabilmente ed usa sempre la sua lettiera ed ovviamente trova ancor più facilmente le ciotole del cibo.
Ho un po’ più di difficoltà con quella dell’acqua, devo segnalargliela con un piccolo rumore, ma una volta localizzata non c’è più problema.
E’ un gran “chiacchierone” quando sono in casa è un continuo “parlare”, se entra in una stanza dove sono in silenzio e non mi localizza subito, mi chiama, se perde la sua pallina, miagola cercandola e, sempre, la trova anche da solo.
Salire per lui non è un problema, ma vederlo quando scende è tenerissimo: la prima volta che deve scendere (qualunque sia l’altezza, anche pochi cm) da un posto nuovo, allunga una zampina, tentenna, prova, aspetta, sporge il musetto.
Ce la fa anche da solo, ma se lo guido con la voce, allora prende coraggio subito, si fida, mi ascolta, e…. si tuffa.
Una tenerezza, una prova di fiducia immensa!
Provo ad immaginarmi io, senza poter vedere, buttarmi da un’altezza che non posso sapere qual è, fidandomi solo di una voce che mi incita. Ne sarei capace?
Sarei capace di svegliarmi contenta, come fa lui ogni mattino? Sarei capace, dopo una caduta, rialzarmi e riprendere a correre sorridendo?
Non credo.
Lui lo fa!
E mi sta insegnando ogni giorno la meraviglia della vita col suo cuore sempre contento, come quando torno a casa ed è talmente appiccicato dietro alla porta sentendo le chiavi che quasi viene catapultato fuori aprendola.
Ormai davvero il fatto che non ci veda è talmente secondario che quando succede qualcosa che ce lo ricorda ne siamo quasi stupiti:
Lo guardo ogni tanto fissare il muro o voltato verso il nulla, solo dopo qualche secondo mi rendo conto e penso che per lui è lo stesso.
Paoletto non si sente affatto menomato, non sa che non può vedere e non sa di non avere gli occhietti.
Non perde tempo a rimpiangere quando invece poteva guardare il mondo.
Lui non guarda il mondo con gli occhi.
Lui ci guarda con il cuore. E sorride.

Cristina

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